LA SOFFERENZA E I SUOI ALLEATI

VITTIMISMO, PERMALOSITA’, INVIDIA.

LA SOFFERENZA E I SUOI ALLEATI

VITTIMISMO, PERMALOSITA’, INVIDIA.

“La caratteristica che definisce i pessimisti è che essi tendono a credere che gli eventi negativi durino molto tempo, distruggano tutto e siano la conseguenza di colpe proprie.” (1)
Pessimismo, vittimismo, tendenza a deprimersi di fronte alle avversità, il lagnarsi invece di reagire sono abitudini molto diffuse e radicate. Così radicate che spesso diventano strutture caratteriali, atteggiamenti di fondo verso sé, gli altri, la vita. Sovente questi atteggiamenti ricevono sostegno sociale, anzi spesso sono manipolativi al fine di stimolare reazioni salvifiche e crocerossinistiche da parte degli altri. Nascondono frequentemente un profondo orgoglio e senso di essere “speciali”, (se non riesco ad essere unico e speciale per i miei meriti e le mie qualità, sarò speciale per la sfortuna e le mancanze che mi affliggono, della serie “nessuno può capire quanto soffro e nessuno soffre quanto me”) e, colmo della sfiga, creano profezie autoavverantisi, attirando più sventure di quante ne attirerebbero se si utilizzassero altre modalità di pensiero.
Non fatevi mai sentire però, da chi è in una crisi vittimistica, parlare di responsabilità. La vittima si sente completamente in posizione passiva rispetto alla sua sofferenza, alienandosi così ogni possibilità di cambiamento e di proattività sugli eventi o sul sistema percettivo/reattivo (contestualizzazione) in relazione a ciò che c’è o a ciò che sente.
E spesso ogni tentativo di responsabilizzarli sortisce l’effetto di acuire la loro percezione vittimistica di non essere capiti e che nessuno possa aiutarli. Per questo si parla spesso, in questi casi, di tendenza masochista.
 “Oggi siamo nel pieno di un epidemia di depressione”. (2) La depressione grave è oggi dieci volte più frequente rispetto a 50 anni fa. E’ vero che dal punto di vista biomedico, la depressione grave ha delle cause organiche, e neurofisiologiche, ma il pessimismo, il vittimismo e l’impotenza nascono e vengono amplificati, dal nostro modo di pensare. Depressione e repressione inoltre sono in stretta relazione tra loro.
“Lo stile pessimistico è considerabile come un insieme di strategie che vengono utilizzate per interpretare la vita ed i suoi accadimenti”. (3) Si basa spesso su una scarsa considerazione di sé e del proprio potere personale e delle proprie risorse, (impotenza appresa) e su una tendenza all’autocolpevolizzazione. L’ipotesi è che il pessimista non abbia acquisito le conoscenze adeguate per utilizzare gli strumenti di adattamento necessari per fronteggiare le difficoltà. Le cose della vita, non sono in assoluto buone o cattive, lo sanno bene tutti coloro che applicano le tecniche di integrazione somato- psichica, è molto importante allora riuscire a rinunciare alle proprie visioni stereotipate della realtà, rinunciando con forza e coraggio alla propria adesione al ruolo di vittima, ed ai suoi subdoli privilegi, (commiserazione, pietismo, soccorso, autocommiserazione, intensità di vissuto emotivo, possibilità di ricattare o punire, de-responsabilizzazione) ed alla apparentemente ragionevole costruzione mentale attraverso la quale si giustifica il proprio dolore. Felicità condizionata la definirei. E’ umano e frequente soffrire per degli attaccamenti a qualcuno o a qualcosa di mondano a cui si era delegato una parte o tutta la nostra felicità, e la tristezza e il pianto sono la manifestazione energetica e liberatoria di queste reazioni al nostro dolore.
A volte permettere di svuotare e scaricare il serbatoio emotivo, senza censure o repressioni è molto terapeutico, perché il dolore limita le funzioni corticali del ragionamento e del cambiamento di contesto e il dolore trattenuto crea magoni, malinconie, depressione e malattie, ma una volta svuotato il carico di sofferenza emotiva è importante ristrutturare l’esperienza con amore e saggezza, disponibilità e senso di responsabilità.
Disponibilità a vedere il dono, l’insegnamento che c’è in ogni mancanza, responsabilità nello scegliere i contesti interpretativi, nel preferire la gratitudine per ciò che c’era e che ci è stato donato, piuttosto che l’eccessivo arrovellarsi su qualcosa che non c’è più. “Pensare a ciò che c’era, impedisce di vedere ciò che c’è”.  Responsabilità di lasciare andare il passato e concentrarsi sul presente.
 Questa tendenza vittimistica è fortemente sostenuta da un’altra aberrazione della psiche umana, annoverata tra i peccati capitali, e spesso misconosciuta nella sua modalità distruttiva: l’INVIDIA.
L’invidia può essere considerata una distorsione di una qualità di pensiero che è la considerazione altrui. Saper cogliere la differenza e saper riconoscere cosa c’è di unico e di positivo negli altri, ad un cuore aperto e sazio può portare gioia e percezione di abbondanza e prosperità. Nell’invidioso produce invece l’effetto contrario. L’invidioso non gioisce per le ricchezze altrui (e non intendo solo finanziarie) consapevole che ognuno è splendido nella sua diversità. Ma usa ciò che vede di positivo, (è indifferente che sia reale o immaginario) nell’altro come una morbosa dualità, creando un paragone fra ciò che l’altro possiede (10) e ciò che a lui manca (0). Perdendo così due possibilità: gioire per l’abbondanza della creazione, perdere di vista ciò che si possiede svalutandone l’importanza. L’invidioso finisce per credersi inferiore o più sfigato degli altri, solo perché non rientra in certi clichet da lui stesso creati e totalmente arbitrari. E’ una forma di mancanza d’equilibrio nel giudizio che porta alla frustrazione, al lamento, alla vergogna ed all’odio, a volte, verso chi si ritiene più fortunato. Quasi con l’ineluttabile consapevolezza di non potere mai avere tanto dalla vita, e se mai si riuscisse ad ottenerlo, caso rarissimo visto che il lamento non produce spinte ad agire e a cercare il cambiamento, ci sarebbero comunque altri mille modi per concentrarsi sul bene degli altri e per svalutare sdegnosamente le risorse e le qualità proprie.
D’altra parte esiste un’abitudine perniciosa e foriera ugualmente di sofferenza nell’esatto opposto dell’invidia: l’ORGOGLIO.
L’orgoglioso per difendersi da un atavico senso di mancanza e d’inferiorità, tende a concentrare tutta la sua attenzione solo sulle sue qualità e pregi, identificandosi con questi. “Ho, so fare, piaccio, ho consensi, sono ricercato, sono indispensabile, quindi valgo, sono speciale, anzi un po’ più speciale degli altri”. Vedere solo il lato luce cancellando l’ombra, può portare per qualche tempo anche sensazioni piacevoli o stati gloriosi (vana-gloriosi) dell’ego. Jim Leonard e Phil Laut affermano che il riconoscimento dei propri limiti e l’umiltà possono essere rimossi dall’orgoglio e dalla presunzione solo momentaneamente, in quanto la vita è così onesta e spietata che riporta subito con i piedi per terra chi si allarga. (4) Anche se, non essendoci peggior sordo di chi non vuol sentire, l’orgoglioso difende con le unghie e con i denti il suo falso sé. Anche qui felicità condizionata. Incapacità di accettare fallimenti, sconfitte, disapprovazioni, disperandomi quasi fossero un affronto personale.
L’orgoglioso è super permaloso, è facilmente feribile come un gigante dai piedi d’argilla. Dante infatti inserisce l’orgoglioso nell’Inferno, nel girone dei giganti uno dei più profondi e lontani dalla luce. E’ come se tutto dovesse ruotare attorno alla sua immagine, se io brillo io valgo. E’ molto umano identificarsi con ciò che appare: risultati, affermazione, esteriorità, ma molto pericoloso. Se il mio valore è legato a delle condizioni, più o meno consapevolmente, vivo in ansia continua di perdere queste condizioni e di scoprirmi, innanzitutto e di farmi scoprire per ciò che sono. Ed ogni qualvolta che succede, e succede spesso, che il bluff crolla, l’orgoglioso diventa più patetico, drammatico, colpevolizzatore e deresponsabilizzato riguardo alla sofferenza, di qualunque altra struttura caratteriale. Come l’invidioso anche l’orgoglioso manca di equilibrio ma in modo opposto. L’orgoglio è un’aberrazione dell’autostima e della considerazione di sé. Non vista come “io sono speciale in mezzo ad esseri speciali", ma "io ho bisogno di sentirmi più speciale degli altri per sentirmi vivo, e degno di esistere”. L’orgoglioso non lo sa, ma è totalmente dipendente dagli altri, vulnerabile e fragile, nonostante a volte le apparenze indichino il contrario. Accettare con umiltà i propri limiti, le sconfitte e le carenze, dis-identificarsi da ciò che ci fa credere di essere speciali, amare la propria meravigliosa imperfezione, riconoscere nella pagliuzza nell’occhio del vicino il riflesso della propria ombra ammettere la propria impotenza di fronte ad un Universo sconosciuto e potente oltre misura, riconoscere la vanità dell’EGO e ricercare la profondità dell’introspezione, dell’assenza di giudizio, della fede, accettando di chiedere aiuto, può salvare le anime perse degli orgogliosi da pantani di delusione, umiliazione e sofferenza indicibile. “E se ti senti male, rivolgiti al Signore, ricordati siamo niente, dei miseri ruscelli senza fonte” (5)
Ho voluto procedere come l’Alighieri, in questo viaggio negli inferi della sofferenza autogena, con la consapevolezza che la vita è una scuola, che ci ripropone le stesse prove finché non impariamo ad amarle e a comprenderle. Non c’è accusa e condanna in nessun luogo del mio cuore, solo una struggente compassione per noi mortali, che viviamo a due passi dal Paradiso (estasi = ex stasì = essere al di fuori – assenza di giudizio e esistere sono quasi sinonimi etimologicamente) ma a causa delle nostre limitazioni della nostra ignoranza, mancanza di fiducia, di amore e di ragionevolezza, passiamo gran parte di questa “curiosa” esistenza soffrendo.  Ho fatto della guarigione e dell’integrazione della sofferenza inutile una missione di vita, personale e professionale e qualcosa di questo percorso ho cercato di condividerla in questa lunga riflessione. Dolore e piacere sono due facce parziali della stessa medaglia, ma di una cosa sono certo e questo mi consola e mi fa sorridere dentro. Passano.


1) M.E.P. Seligman – Imparare l’ottimismo Ed. Giunti
2) M.E.P. Seligman – Imparare l’ottimismo Ed. Giunti
3) G. Zaccuri, Il controllo dello stress, Ed. Edithink
4) J. Leonard e P. Laut, Rebirthing, Ed. Astrolabio
5) Franco Battiato, Album “Fisiognomica”


 




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